L’elemento del crimine è un film del 1984 diretto da Lars von Trier, suo primo lungometraggio e parte della cosiddetta “trilogia europea”. Presentato al Festival di Cannes, dove ottenne il premio tecnico, fu accolto con grande interesse per la sua radicalità stilistica e visiva. Si tratta di un noir sperimentale ambientato in un’Europa decadente, che mescola indagine poliziesca, dimensione onirica e riflessione sulla crisi della razionalità.
E’ un film noir visionario ambientato in un’Europa decadente e senza orientamento, dove un detective ricostruisce un’indagine attraverso l’ipnosi. Nel tentativo di catturare un serial killer, egli adotta un metodo che lo conduce a identificarsi progressivamente con il criminale. Il film trasforma così l’indagine in un processo di immersione che dissolve la distanza tra osservatore e oggetto. Ne emerge un mondo in cui il crimine non appare come deviazione, ma come espressione del sistema stesso.
Il film si presenta come un noir atipico che, fin dal suo impianto narrativo, mette in crisi la possibilità stessa di separare ordine e devianza. Ambientato in un’Europa degradata, immersa in una temporalità stagnante e priva di direzione, il film segue un detective che ricostruisce un’indagine attraverso l’ipnosi, immergendosi progressivamente nella mente del criminale che deve catturare. Il metodo investigativo adottato, fondato sull’identificazione totale, conduce a una progressiva dissoluzione della distanza tra chi indaga e ciò che viene indagato, trasformando l’indagine in una pratica che partecipa alla realtà che pretende di chiarire. In questo modo, il crimine emerge non come rottura dell’ordine, ma come sua espressione interna, come effetto di un sistema già compromesso nelle sue coordinate simboliche e progettuali. L’opera di Lars von Trier anticipa così, in forma cinematografica, una configurazione del sociale in cui la perdita di orizzonte collettivo si traduce in una razionalità che governa il presente attraverso dispositivi di controllo e di sicurezza, finendo per riprodurre le stesse condizioni che intende gestire.
Il punto di partenza risiede nella dissoluzione del quadro simbolico e politico entro cui il crimine poteva essere interpretato come una deviazione rispetto a un ordine condiviso. Nelle società attuali, “post-qualcosa” per definizione, la crisi investe la capacità stessa delle istituzioni di offrire un principio di intelligibilità del rapporto tra norma, conflitto e trasgressione. Ciò che si spezza è l’orizzonte progettuale generale, vale a dire quella trama di finalità collettive, mediazioni politiche e aspettative di futuro che consentiva di collocare i fenomeni sociali entro una visione relativamente coerente del divenire storico. Quando questo orizzonte si contrae, il crimine cambia statuto. Esso appare sempre più come una produzione interna al funzionamento complessivo della società, come un effetto che scaturisce dalle sue tensioni, dalle sue asimmetrie e dalle forme concrete della sua regolazione.
In questo senso, la dissoluzione delle certezze non coincide semplicemente con la perdita di alcuni riferimenti ideologici o con l’indebolimento della fiducia nelle istituzioni rappresentative. Essa corrisponde a una trasformazione più profonda del modo in cui una società pensa se stessa, organizza il proprio tempo e attribuisce senso all’azione pubblica. Una società dotata di progettualità elabora infatti una rappresentazione del futuro capace di orientare i conflitti, di selezionare le priorità e di stabilire un rapporto tra sacrifici presenti e fini collettivi. Quando invece questa capacità si indebolisce, il presente si ispessisce, si chiude su di sé e diviene il luogo quasi esclusivo dell’intervento politico. È proprio in tale restringimento dell’orizzonte temporale che si comprende l’acuirsi di quelle pseudo-soluzioni che si presentano come risposte tecniche, rapide, mirate, ma che in realtà svolgono una funzione di mera stabilizzazione locale.
La caduta progettuale produce dunque un paradosso solo apparente. Più si riduce la capacità di pensare trasformazioni complessive, più cresce il bisogno di moltiplicare interventi circoscritti. Questa proliferazione di risposte localizzate non segnala una ritrovata efficacia della politica, bensì la sua riconversione in amministrazione tattica del contingente. Il carattere pseudo-risolutivo di tali interventi dipende dal fatto che essi operano su frammenti di realtà separati dal contesto che li genera. Il quartiere degradato, il gruppo giovanile percepito come problematico, l’area urbana ritenuta insicura, la specifica categoria sociale definita a rischio vengono trattati come nuclei autosufficienti di criticità, quasi che la loro intelligibilità si esaurisse nella loro immediata visibilità. In questo modo il problema viene reso governabile proprio attraverso la sua riduzione di scala. Diventa più semplice intervenire su un sintomo territorialmente delimitato che affrontare i processi strutturali che lo producono, come la precarizzazione del lavoro, la desertificazione dei legami sociali, la segmentazione spaziale delle città, l’indebolimento delle istituzioni educative e l’erosione dei canali di rappresentanza.
Qui emerge il significato propriamente politico della securizzazione. Essa si impone come strumento di governo perché fornisce una forma di razionalità capace di trasformare l’incertezza in campo operativo. La sicurezza organizza una lettura del sociale fondata sulla rilevazione del rischio, sulla selezione delle vulnerabilità e sulla priorità assegnata al contenimento. In tal modo essa conferisce una direzione all’azione pubblica in un’epoca in cui la politica fatica a formulare fini generali. La securizzazione produce una forma di ordine immediato, percettibile, comunicabile. Consente di mostrare presenza istituzionale, di costruire consenso attorno a misure visibili e di tradurre domande sociali complesse in un lessico semplificato di protezione, controllo e presidio. La sua forza deriva dal fatto che essa agisce contemporaneamente sul piano materiale e su quello simbolico. Da un lato moltiplica tecnologie, procedure, monitoraggi, protocolli; dall’altro ridefinisce l’immaginario collettivo, inducendo a leggere il mondo attraverso la categoria della minaccia.
Dentro questa razionalità, il crimine assume una funzione ulteriore. Esso diventa un operatore centrale di organizzazione del discorso pubblico, una figura capace di condensare paure diffuse, frustrazioni sociali e bisogni di protezione. In una fase storica in cui la disuguaglianza tende a diventare sistemica, ma fatica a essere tematizzata come questione politica generale, il crimine offre un oggetto più immediatamente manipolabile. Permette di spostare l’attenzione dalla produzione sociale dell’insicurezza alla sua manifestazione spettacolarizzata. La questione decisiva non riguarda allora soltanto l’esistenza di condotte criminali, ma la modalità con cui esse vengono selezionate, narrate, rese salienti, iscritte in una semantica della minaccia che prepara e giustifica la risposta securitaria.
È a questo punto che l’indagine rivela la sua piena implicazione nel sistema. Se il crimine è effetto sistemico, anche le pratiche che se ne occupano devono essere comprese come momenti di quello stesso processo sociale. L’indagine rappresenta una forma di produzione della realtà. Essa classifica, ordina, connette dati, costruisce profili, definisce soglie di attenzione, stabilisce gerarchie di rilevanza. In altri termini, partecipa attivamente alla costituzione dell’oggetto che affronta. Le procedure investigative, le tecnologie di sorveglianza, le logiche predittive e i dispositivi di raccolta informativa concorrono a modellare un ambiente sociale nel quale il sospetto diventa principio di lettura del comportamento e la tracciabilità tende a presentarsi come condizione normale dell’appartenenza civica. L’indagine, in questa prospettiva, opera come una componente della governamentalità contemporanea, poiché consente di anticipare, segmentare e distribuire il rischio, rendendolo trattabile in termini amministrativi.
Si comprende allora perché la distinzione classica tra ordine e devianza perda gran parte della sua efficacia interpretativa. L’ordine contemporaneo si costruisce infatti incorporando la devianza nel proprio funzionamento. La presenza persistente del crimine alimenta l’espansione di apparati, saperi, professionalità e tecniche che trovano nella gestione dell’insicurezza il proprio campo di riproduzione. In tal senso il crimine non occupa una posizione marginale rispetto al sistema, ma entra nella sua economia politica e simbolica. Esso giustifica investimenti, ridefinisce priorità pubbliche, orienta politiche urbane, modella l’uso dello spazio e contribuisce a ristrutturare il rapporto tra cittadini e istituzioni. Lungi dall’essere soltanto un fatto penale, il crimine diventa una risorsa discorsiva e organizzativa attraverso cui una società priva di forti coordinate progettuali governa le proprie contraddizioni.
Questa trasformazione incide profondamente anche sulla forma della politica. In luogo di una politica intesa come costruzione di fini condivisi, si afferma una politica come gestione differenziale di emergenze distribuite. Ogni problema viene tradotto in una criticità specifica da circoscrivere, ogni conflitto in una perturbazione da moderare, ogni tensione sociale in un rischio da neutralizzare. L’unità del quadro viene sostituita da una costellazione di operazioni puntuali. La città fornisce un osservatorio privilegiato di questa tendenza. Riqualificazioni selettive, zone rosse, videosorveglianza estesa, controlli mirati, ordinanze speciali e strategie di presidio compongono una geografia del governo urbano in cui lo spazio viene letto e trattato secondo gradienti di pericolosità. Ciò che emerge è una politica della visibilità che preferisce agire sui luoghi e sui corpi immediatamente esposti alla percezione pubblica, perché proprio lì può mostrare la propria efficacia. La sicurezza si traduce così in una pratica di marcatura territoriale che rassicura alcune popolazioni e ne espone altre a una più intensa pressione regolativa.
Il carattere localizzato delle pseudo-soluzioni deriva da questa stessa logica. La localizzazione rende possibile la dimostrazione di un risultato, perché restringe il campo d’azione a un perimetro misurabile. Tuttavia tale misurabilità ha un costo elevato. Isolando i fenomeni dal loro contesto, essa favorisce una rappresentazione moralizzata e territorializzata dei problemi sociali. Alcuni luoghi diventano sinonimo di degrado, alcune presenze sociali vengono associate alla devianza, alcune condotte vengono interpretate come indicatori immediati di minaccia. La gestione del sociale si sposta allora verso una selezione differenziale delle vite e degli spazi degni di protezione intensiva o di controllo intensivo. La securizzazione non si limita a difendere un ordine esistente; essa ridisegna continuamente la mappa delle appartenenze legittime e delle presenze eccedenti.
Qui si coglie uno degli aspetti più rilevanti della fase post-democratica. La post-democrazia non consiste soltanto nell’indebolimento della partecipazione o nella crescente influenza dei poteri tecnico-economici sulle decisioni pubbliche. Essa definisce un regime in cui la legittimazione del governo si sposta progressivamente dalla rappresentanza alla capacità di gestione, dalla costruzione del consenso attorno a visioni del mondo alla promessa di protezione contro rischi diffusi. Il cittadino viene interpellato sempre più come soggetto esposto, vulnerabile, da rassicurare, piuttosto che come attore di una volontà collettiva da coinvolgere. La relazione politica si riconfigura così in forma asimmetrica. Da un lato vi sono istituzioni e apparati che promettono sicurezza mediante sorveglianza, regolazione e intervento selettivo; dall’altro vi sono individui chiamati a percepire il proprio rapporto con il mondo attraverso il prisma dell’allerta permanente.
Questa ridefinizione produce effetti profondi sulla soggettività. In una società governata dalla sicurezza, gli individui apprendono a percepirsi come punti di esposizione al rischio e a interpretare l’altro come possibile vettore di insicurezza. La socialità si contrae, la fiducia si assottiglia, l’incontro tende a essere filtrato da dispositivi di distanza simbolica. L’insicurezza, pertanto, non si presenta soltanto come un problema oggettivo da risolvere, ma come un principio organizzatore dell’esperienza quotidiana. Essa plasma le percezioni, orienta le domande rivolte alla politica, rende plausibili forme crescenti di controllo. La securizzazione funziona proprio perché incontra soggetti già esposti a processi di precarizzazione materiale e simbolica, soggetti che sperimentano la fragilità dei legami, l’incertezza del futuro e la rarefazione degli appoggi collettivi. La promessa di protezione acquista allora una forza specifica, poiché si inserisce in un terreno già predisposto dalla crisi della progettualità e dalla disarticolazione della solidarietà.
Il nodo teorico centrale consiste dunque nel riconoscere che il crimine, in questo scenario, esprime una particolare modalità di funzionamento del sociale. La sua centralità discorsiva e politica segnala una società che governa le proprie contraddizioni senza elevarle a questione storica generale. Invece di elaborare il conflitto, essa lo frammenta; invece di affrontare le cause profonde dell’insicurezza, ne organizza la percezione e ne amministra gli effetti visibili; invece di costruire un futuro collettivamente immaginato, consolida dispositivi di protezione locale che stabilizzano porzioni di presente. La sicurezza diventa perciò il linguaggio attraverso cui il potere supplisce al deficit di progetto. Dove manca una direzione condivisa, si rafforza il presidio. Dove si indebolisce la capacità di trasformazione, si intensifica il controllo. Dove si ritira la politica come costruzione di mondo, si espande il governo come trattamento differenziale dei rischi.
L’attualità dei temi legati alla dissoluzione delle certezze sta precisamente qui. Essi consentono di leggere la nostra fase storica non come semplice età della paura, ma come configurazione sociale in cui l’incertezza è divenuta materia prima di governo. La pseudo-soluzione securitaria si rivela allora per ciò che è: una tecnica di ordinamento del presente che trae forza dall’assenza di una progettualità capace di riaprire il conflitto sul terreno della giustizia sociale, della distribuzione delle risorse, della qualità democratica delle istituzioni e del senso del vivere comune. In questa prospettiva, il compito critico non consiste soltanto nel denunciare l’eccesso di controllo, ma nel mostrare il legame strutturale che unisce crisi del futuro, frammentazione delle risposte e centralità della sicurezza. Soltanto riportando alla luce questo nesso diventa possibile comprendere come il crimine sia divenuto una figura sistemica della nostra epoca e come l’indagine stessa partecipi alla riproduzione dell’ordine che pretende di difendere.
A questa configurazione del sociale si collega in modo coerente la rappresentazione cinematografica proposta da L’elemento del crimine, primo lungometraggio di Lars von Trier. Il film costruisce un dispositivo narrativo che consente di visualizzare, in forma quasi paradigmatica, la trasformazione del rapporto tra crimine, razionalità e governo.
L’Europa che emerge nel film si presenta come uno spazio saturo, degradato, immerso in una temporalità stagnante, priva di direzione. Non si tratta semplicemente di una scelta estetica, ma della traduzione visiva di una condizione storica in cui l’orizzonte progettuale risulta compromesso. L’ambiente stesso appare come il prodotto di un accumulo senza sintesi, di una sedimentazione di tracce che non si organizzano più in un ordine leggibile. In questo paesaggio, il crimine non irrompe come evento eccezionale, ma si inscrive nella continuità di un mondo già disarticolato. La sua presenza non interrompe l’ordine; ne manifesta la qualità.
Il punto decisivo del film risiede nel metodo investigativo adottato dal protagonista, che consiste nell’immedesimazione totale con il criminale. Questo procedimento, lungi dall’essere una semplice strategia narrativa, mette in scena una trasformazione profonda della razionalità moderna. L’idea di comprendere il fenomeno attraverso la sua riproduzione conduce a una forma di conoscenza che dissolve la distanza tra osservatore e oggetto. L’indagine si configura così come pratica immersiva, nella quale il soggetto che indaga viene progressivamente assorbito dal campo che intende analizzare. Ciò che emerge non è soltanto il fallimento di una tecnica investigativa, ma la rivelazione di un nesso strutturale tra conoscenza e partecipazione.
In questa prospettiva, il film anticipa in forma sensibile ciò che, sul piano sociologico, si manifesta come co-produzione tra crimine e dispositivi di controllo. Il detective che diventa parte del crimine che indaga rappresenta la figura limite di una governamentalità che, nel tentativo di gestire il rischio, ne assume progressivamente la logica interna. L’indagine non opera più come istanza esterna di chiarificazione, ma come momento di un processo più ampio in cui il sapere contribuisce a produrre il proprio oggetto. La conoscenza del crimine si traduce in una sua reiterazione, mostrando come il confine tra regolazione e partecipazione si faccia poroso.
Il legame con la dinamica della securizzazione appare qui con particolare evidenza. Nel film, l’ossessione per la cattura del colpevole non conduce alla ricostruzione di un ordine, ma intensifica la spirale che lega investigazione e violenza. Analogamente, nella configurazione contemporanea del governo, la centralità della sicurezza non si risolve in una riduzione del rischio, ma nella sua organizzazione e distribuzione. Il dispositivo investigativo cinematografico diventa così una metafora della razionalità securitaria: una razionalità che si alimenta del problema che affronta, che ne dipende per la propria legittimazione e che, nel tentativo di neutralizzarlo, ne riproduce le condizioni.
L’atmosfera ipnotica del film, costruita attraverso il ricorso a una memoria guidata, suggerisce inoltre un ulteriore elemento di continuità con la fase post-democratica. La realtà non viene mai restituita come immediatamente accessibile, ma come risultato di una mediazione, di un dispositivo che organizza la percezione. Questo rinvia alla funzione dei sistemi contemporanei di produzione del sapere sociale, i quali non si limitano a registrare dati, ma strutturano il modo in cui questi dati diventano visibili e significativi. L’ipnosi, nel film, non rappresenta soltanto un espediente narrativo, ma una figura della condizione in cui la conoscenza si presenta come sempre già mediata, orientata, inscritta in una logica che ne guida l’emergere.
In tal senso, L’elemento del crimine può essere letto come una sorta di allegoria anticipatrice della nostra configurazione storica. Esso mostra un mondo in cui la distinzione tra ordine e disordine ha perso la propria evidenza, in cui la razionalità si muove all’interno di un campo che non riesce più a dominare e in cui il tentativo di controllare il reale conduce a una sua più profonda implicazione. Il detective che si smarrisce nel crimine diventa così la figura di una politica che, priva di un progetto capace di orientare l’azione, si affida a dispositivi di gestione che finiscono per riprodurre ciò che intendono governare.
Il raccordo tra analisi sociologica e rappresentazione cinematografica consente di cogliere con maggiore precisione la natura della fase attuale. La dissoluzione delle certezze non produce semplicemente disordine, ma una forma specifica di organizzazione del sociale in cui il crimine assume una funzione strutturale e la sicurezza diventa il linguaggio dominante del governo. Il film di Von Trier rende visibile, con la forza delle immagini e della narrazione, ciò che l’analisi teorica individua come tendenza: una razionalità che, nel tentativo di comprendere e controllare il mondo, si scopre interna ai processi che la eccedono e che, proprio per questo, contribuisce a perpetuarli.
