“S’ei piace, ei lice”. Chiave di lettura critica della contemporaneità.

Onor poscia fu detto,
che di nostra natura il feo tiranno,
non mischiava il suo affanno
fra le liete dolcezze
de l’amoroso gregge;
né fu sua dura legge
nota a quell’alme in libertate avezze,
ma legge aurea e felice
che Natura scolpì: S’ei piace, ei lice.

Se si prende sul serio la formula tassiana — “s’ei piace, ei lice” — e la si sottrae al suo contesto pastorale per collocarla dentro le democrazie contemporanee, essa smette di apparire come una semplice licenza poetica e diventa, piuttosto, una chiave di lettura critica. Non perché affermi una coincidenza tra piacere e liceità — cosa che, in astratto, potrebbe ancora essere discussa sul piano etico — ma perché, trasposta nel campo politico, segnala una trasformazione più profonda: la progressiva traslazione oltre il criterio morale della legittimazione dell’azione pubblica.

Se si torna all’idea originaria di agire politico, inteso come costruzione di un mondo comune, e alla politica stessa come spazio di deliberazione sui fini collettivi, si comprende come questo slittamento non sia secondario. La politica non dovrebbe limitarsi a trasmettere messaggi né a produrre adesione; dovrebbe, piuttosto, rendere possibile il confronto, l’esposizione reciproca, il dissenso. Tuttavia, ciò che si osserva oggi è una mutazione del regime di senso: la politica tende sempre meno a giustificarsi attraverso argomenti e sempre più a legittimarsi attraverso forme, immagini, tonalità emotive.

È in questo passaggio che la formula “s’ei piace, ei lice” acquista un significato particolare. Non si tratta più di una coincidenza tra piacere e liceità, ma di una normatività rovesciata, in cui ciò che piace tende a essere percepito come legittimo. Il criterio del giudizio non è più la giustificabilità pubblica, ma la capacità di produrre adesione immediata. Il piacere, inteso come risposta rapida e sensibile, diventa il dispositivo implicito di legittimazione.

Questo si intreccia con il superamento ontologico dei limiti delle regole costruite. non si passa da un sistema normativo ad un altro ma alla possibilità stessa che la frammentazione possa rendere non centrale l’esistenza di regole, condivise o imposte che siano.

Nel lessico classico della sociologia, e in particolare in Durkheim, l’anomia designa una condizione di deregolazione che si produce quando l’ordine normativo non riesce più a contenere, orientare e misurare i desideri individuali. Il punto decisivo, però, è che in Durkheim l’anomia resta pensabile solo sullo sfondo di un universo morale che continua a esistere come riferimento, anche quando si incrina. Essa è crisi della regola, non evaporazione della sua necessità. È disfunzione di un sistema di valori che mantiene, almeno implicitamente, il proprio statuto di centro regolativo. In altri termini, l’anomia durkheimiana resta una figura negativa della normatività: la violazione, l’indebolimento o la sospensione di un ordine comunitario che continua tuttavia a costituire l’orizzonte rispetto al quale la devianza può essere nominata come tale. L’anomia, dunque, rinvia ancora a una crisi di regolazione che presuppone la centralità sociale della regola e della morale comune.

La condizione contemporanea sembra però eccedere questo schema. Non perché manchino del tutto regole, ma perché la loro esistenza appare sempre meno capace di organizzare simbolicamente il mondo comune. Nella società segnata dalla disintermediazione radicale, dalla dissoluzione dei corpi collettivi, dalla perdita di peso delle istituzioni di socializzazione e dalla pervasività del paradigma neoliberale, non assistiamo semplicemente alla trasgressione di norme condivise, bensì a un processo più profondo: il decentramento ontologico della norma stessa. Non si passa linearmente da un sistema normativo a un altro, da una morale forte a una morale debole, ma a una configurazione in cui la frammentazione dei mondi di vita rende non centrale l’esistenza di regole comuni, siano esse condivise consensualmente oppure imposte verticalmente. La questione, allora, non è soltanto che le norme vengano infrante; è che esse cessano di costituire il principio fondamentale di orientamento dell’azione.

Per questo, parlare oggi di anomia in senso stretto rischia di essere insufficiente. Il concetto conserva una notevole forza diagnostica, ma porta con sé un residuo teorico che appartiene a una modernità ancora strutturata da un rapporto dialettico fra individuo e ordine sociale. Oggi, invece, siamo davanti a qualcosa di diverso: non tanto una società senza norme, quanto una società in cui la normatività è dispersa, privatizzata, intermittente, reversibile. L’individuo neoliberale non si percepisce più come soggetto posto di fronte a un dover essere collettivo da violare o da rispettare; si pensa piuttosto come centro di autolegittimazione mobile, chiamato a costruire da sé i criteri della propria condotta in un mercato generalizzato delle possibilità. La soddisfazione non è più mediata da fini superiori, da codici di appartenenza o da promesse di integrazione comunitaria; tende piuttosto a presentarsi come fine autosufficiente, come giustificazione immediata di sé stessa.

È in questo quadro che il riadattamento del detto tassiano può diventare utile. La formula “S’ei piace, ei lice” può essere reinterpretata non come innocente utopia dell’armonia, ma come condensazione estrema dell’etica contemporanea della legittimazione soggettiva. Se piace, allora è lecito; se soddisfa, allora basta a giustificarsi; se produce appagamento, allora non necessita di ulteriori fondamenti. In questa torsione moderna, il principio del piacere non si presenta più come eccezione, ma tende a diventare criterio di validazione dell’agire. Non è più la norma a conferire senso al desiderio; è il desiderio che pretende di fondare da sé la propria liceità.

Naturalmente, non è la realizzione di una qualche età dell’oro. Al contrario, ne produce una versione cupa e poi storicamente determinata. La coincidenza tra piacere e liceità si inscrive infatti dentro rapporti di competizione, isolamento, prestazione e consumo. Non è la naturalità del desiderio a trionfare, ma la sua colonizzazione economica e culturale. Il piacere non libera ma orienta, cattura, organizza. Il soggetto non abita uno spazio di spontaneità, ma una costellazione di micro-legittimazioni istantanee in cui ogni limite deve continuamente giustificarsi davanti alla sovranità dell’esperienza individuale.

Per questa ragione, la domanda corretta non è forse se oggi esista ancora anomia, ma se l’anomia stessa non debba essere riformulata. Più che una semplice assenza di norme, la condizione presente appare come una post-anomia, cioè come una situazione in cui il problema non è la rottura di un ordine comune stabile, bensì l’affermarsi di un regime sociale nel quale l’ordine comune perde consistenza ontologica e il criterio della liceità tende a migrare verso l’immediatezza del sentire individuale. In tale scenario, “S’ei piace, ei lice” non indica più la trasgressione di una regola, ma l’erosione della domanda stessa intorno alla regola. Il punto decisivo diventa allora questo: non siamo più semplicemente in una società che viola i limiti, ma in una società che fatica a riconoscere la necessità stessa del limite come struttura condivisa dell’esistenza collettiva.

Le conseguenze di questa trasformazione sono rilevanti. Lo spazio morale, entro cui l’altro si imponeva come obbligazione e come limite, viene progressivamente sostituito da uno spazio dominato dalla preferenza e dalla legittimazione soggettiva. L’altro non interpella più come presenza capace di vincolare, ma tende ad apparire come elemento di una scena mobile, selezionabile o scartabile in base alla sua intensità percettiva, alla sua compatibilità emotiva, alla sua resa comunicativa. Si produce così una forma di de-obbligazione: ciò che un tempo richiedeva una risposta etica viene progressivamente riformulato come questione di sensibilità individuale, di percezione, di efficacia immediata. Non è soltanto il rapporto con l’altro a mutare, ma il quadro stesso entro cui l’agire viene reso legittimo.

A cambiare, infatti, non è soltanto il criterio del giudizio, ma anche la temporalità entro cui la politica si organizza e si rende riconoscibile. Se la legittimazione passa sempre più attraverso il piacere, la soddisfazione o l’adesione istantanea, allora essa deve manifestarsi subito, deve produrre effetti nel breve periodo, deve accordarsi ai cicli rapidi dell’attenzione e della reazione. Il tempo lungo, che era il tempo della mediazione, della decisione, della costruzione progettuale e della responsabilità, tende così a contrarsi. La politica continua certamente a operare, ma lo fa sempre più spesso entro una durata ristretta, governata dall’urgenza, dalla risposta immediata, dalla necessità di mantenere costante la presa sul presente. In questo senso, anche la temporalità politica subisce quella stessa dispersione che investe la normatività: non scompare, ma perde profondità, continuità e capacità di orientamento durevole.

Dentro un simile contesto, anche il conflitto fatica a trovare spazio nella sua forma propriamente politica. Il conflitto, infatti, introduce dissonanza, resistenza, attrito, opacità; riapre la questione dei fini, interrompe la fluidità dell’adesione, obbliga a fare i conti con ciò che non può essere immediatamente assorbito. Proprio per questo esso risulta difficilmente compatibile con una logica fondata sulla ricerca dell’adesione rapida e sulla continua conferma della preferenza soggettiva. Di conseguenza viene neutralizzato oppure tradotto in rappresentazione. In un caso viene svuotato, nell’altro viene spettacolarizzato; ma in entrambe le forme perde la propria funzione costitutiva, cioè la capacità di riaprire la discussione sull’ordine sociale, sui criteri della convivenza e sulla definizione di ciò che conta collettivamente.

È a questo punto che la formula tassiana rivela il suo significato più problematico. “S’ei piace, ei lice” non descrive più una libertà, né tantomeno una semplice emancipazione dai vincoli esteriori, ma indica una trasformazione più radicale, nella quale la liceità tende a derivare dal gradimento e non più da un criterio anteriore e condiviso di giustificazione. Non perché tutto sia semplicemente permesso, ma perché ciò che dovrebbe essere sottoposto a giudizio viene assorbito nel registro della preferenza. La questione del limite non scompare del tutto; diventa però instabile, negoziabile, reversibile, subordinata alla forza con cui l’esperienza soggettiva riesce a presentarsi come sufficiente a se stessa. La liceità, in altre parole, non precede più il piacere come sua misura; ne diventa progressivamente l’effetto.

Se questo è il quadro, allora la questione che si apre non riguarda un ritorno moralistico all’ordine, né la restaurazione nostalgica di un universo normativo compatto. Il problema è piuttosto quello di una riattivazione dello spazio politico come spazio di senso, cioè come luogo entro cui le decisioni tornino a essere oggetto di giudizio, il dissenso venga riconosciuto come elemento costitutivo della vita collettiva e il tempo della politica recuperi una dimensione progettuale. Si tratta, in sostanza, di sottrarre l’agire pubblico alla sovranità dell’immediatezza, restituendolo alla fatica della giustificazione. Solo in questo modo il limite può tornare a essere pensato non come ostacolo esterno imposto al desiderio, ma come struttura condivisa entro cui una collettività rende possibile la propria esistenza.

In questa prospettiva, anche la comunicazione politica dovrebbe cessare di funzionare come puro dispositivo di seduzione e tornare a configurarsi come spazio di esposizione reciproca. Non un mezzo per produrre adesione rapida, ma una condizione per rendere il potere visibile, quindi discutibile, criticabile, modificabile. Una comunicazione autenticamente politica non elimina il conflitto, non lo addolcisce fino a renderlo irrilevante, non lo converte in semplice gestione dell’immagine; lo assume invece come parte costitutiva della complessità democratica. Essa non cerca di coincidere con il piacere del pubblico, ma accetta il rischio dell’incomprensione, della resistenza, della complessità che ogni processo di chiarificazione reale inevitabilmente comporta.

La formula di Tasso, letta nel presente, diventa così una soglia critica particolarmente efficace. Essa condensa il passaggio da una politica fondata sulla giustificazione a una politica sempre più esposta all’attrazione, alla risonanza immediata, alla preferenza come criterio implicito di validazione. Proprio per questo consente di vedere con maggiore nitidezza ciò che è in gioco. Una democrazia che tende a confondere ciò che piace con ciò che è lecito non smarrisce soltanto un fondamento morale astratto; rischia più radicalmente di perdere la capacità di produrre senso condiviso, di riconoscere il limite come condizione della convivenza e di mantenere aperto uno spazio in cui il giudizio collettivo possa ancora avere forma, durata e consistenza.

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