Il tema

Democrazie e fiducia oggi

La crisi delle democrazie contemporanee si manifesta, in maniera ogni giorno più evidente, non soltanto come perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni, bensì e sempre di più come trasformazione dei fondamenti e delle condizioni sociali che rendono la fiducia stessa operativa, così da sostenere l’intero processo democratico (nei suoi valori, nell’agire delle istituzioni e dei cittadini). In altre parole, non viene messa in discussione unicamente l’intensità del rapporto fiduciario tra cittadini e potere politico, ma, prim’ancora, la funzione che tale rapporto è chiamata a svolgere e i valori che la ispirano, il suo oggetto privilegiato e la sua collocazione nel quadro dei principi delle norme che regolano le relazioni sociali. In tale prospettiva, la fiducia di cui le democrazie hanno bisogno non può essere un presupposto morale generico o una disposizione soggettiva astratta, quanto piuttosto un dispositivo fondamentale, ancorato a fondamenti di senso e metodi condivisi, capace di guidare e sostenere la continuità dell’azione collettiva, all’interno di contesti segnati da livelli crescenti di complessità, instabilità e conflitto.

L’azione politica, nelle società contemporanee, non si svolge entro orizzonti di aspettative stabili, quanto piuttosto all’interno di ambienti caratterizzati da un’eccedenza permanente di opportunità e rischi, che rendono più difficile la realizzazione delle forme tipiche di regolazione sociale, sia in termini di promozione della legalità e di contrasto al disordine, sia di contrasto alle disuguaglianze attraverso le politiche sociali. In questo quadro, emerge con chiarezza che la fiducia reciproca rappresenta il meccanismo selettivo che consente di ridurre la complessità non attraverso l’eliminazione del rischio, bensì mediante una sua assunzione circoscritta, che renda possibile la decisione senza tematizzare continuamente – e probabilmente dividere – l’intero ventaglio delle alternative disponibili. Quando tale dispositivo fatica a produrre modelli di azione condivisi e soddisfacenti per gli attori coinvolti, la fiducia tende a perdere la sua funzione di risorsa e, di conseguenza, a perdere il suo valore coesivo, trasformandosi in un onere cognitivo ed emotivo grave e svantaggioso, cosicché i soggetti tendono sempre più frequentemente a ritirarsi dalla partecipazione collettiva, favorendo i fenomeni di depoliticizzazione, le forme di protesta puramente utilitaristiche e le modalità di delega particolaristica. In questo senso, la sfiducia non appare come una patologia esterna al funzionamento del sistema democratico, quanto piuttosto come una grave manifestazione di crisi interna ad esso, come una modalità alternativa di gestione della complessità che segnala una tensione crescente nelle strutture incaricate di produrre prevedibilità politica.

Parallelamente, questa trasformazione investe anche la legittimità democratica. La democrazia moderna, piuttosto che su una astratta e illimitata fiducia, si regge su un equilibrio continuamente in fieri tra autorizzazione e critica, consenso e controllo, adesione e vigilanza, e dunque su una trama di diritti e doveri, responsabilità assunte in prima persona e responsabilità attribuite. Ciò che sembra mutare nel presente non è tanto l’esistenza di questo modello, quanto la sua configurazione concreta, con un progressivo rafforzamento delle pratiche di sorveglianza, interdizione e pregiudizio che competono con le forme tradizionali della rappresentanza, indebolendole. In questo scenario, il voto riesce sempre di meno ad esprimere la sovranità popolare come manifestazione di fiducia collettiva nel sistema istituzionale democratico, poiché crescono le modalità di disimpegno collettivo – talvolta paradossalmente maggioritarie, come mostrano molti dati sulla diffusione dell’astensionismo – e le forme di partecipazione discontinua e frammentata, alimentando un clima di insicurezza che, a sua volta, favorisce modelli verticistici e securitari di esercizio del potere politico. La crisi, da questo punto di vista, esprime in modo particolarmente acuto la difficoltà di reintegrare la sfiducia entro una grammatica istituzionale capace di produrre continuità decisionale e orizzonti di senso condivisi.

Il rapporto fiduciario subisce un’ulteriore torsione quando la rappresentanza tende a essere ridefinita attraverso logiche di semplificazione radicale. La democrazia rappresentativa, fondata su una tensione strutturale tra decisione e giudizio, tra volontà e opinione, presuppone una fiducia mediata, temporanea e revocabile, che si costruisce nel tempo attraverso una pluralità di canali e di attori. Quando questa mediazione viene compressa, la fiducia non scompare del tutto, ma si concentra e si personalizza, sottraendosi alla pluralità delle istanze che consentono la contestazione. Ne deriva una trasformazione del rapporto tra governanti e governati, in cui la fiducia rischia di tradursi in una forma di lealtà tanto diretta quanto artificiale, costruita soprattutto attraverso l’enfatizzazione mediatica dei bisogni immediati e delle paure collettive, emotivamente intensa quanto politicamente fragile, esposta a oscillazioni rapide e a processi di delegittimazione altrettanto repentini. In questa configurazione, la crisi democratica sembrerebbe meno riconducibile a un eccesso di sfiducia che a una fiducia mal collocata, rivolta verso forme di rappresentanza fondate su narrazioni inconsistenti, che promettono immediatezza e unità, ma poi faticano, e spesso non riescono, ad assorbire il dissenso, a governare il pluralismo e a produrre coesione sociale.

Questa dinamica si inscrive più ampiamente nei processi di personalizzazione della politica, che possono essere letti come esito della crisi dei mediatori tradizionali e della profonda trasformazione dei partiti politici. L’indebolimento delle organizzazioni collettive, la perdita di centralità delle culture politiche strutturate e la crescente mediatizzazione dello spazio pubblico contribuiscono a riorganizzare il rapporto tra cittadini e potere secondo modalità dirette e plebiscitarie. In tale contesto, i concetti di audience democracy e di leader democracy consentono di cogliere come la legittimazione politica tenda a fondarsi sempre meno su appartenenze stabili e su programmi condivisi e sempre più su relazioni personalizzate, costruite nello spazio mediatico e orientate alla mobilitazione emotiva del consenso. La disintermediazione, lungi dal tradursi in una maggiore inclusione democratica, finisce così per ridefinire la fiducia come adesione immediata a figure individuali, riducendo gli spazi di deliberazione e rendendo più instabile e polarizzato il rapporto tra rappresentanti e rappresentati.

La questione della fiducia appare così strettamente intrecciata al problema della costruzione ininterrotta della democrazia e del cittadino democratico. La possibilità di credere che il conflitto possa assumere una funzione trasformativa, anziché distruttiva, dipende dalla capacità delle società di istituzionalizzarlo, riconoscendolo come dimensione costitutiva della vita collettiva. Quando questa capacità si indebolisce, quando i movimenti tendono a rovesciarsi in contro-movimenti o quando il riferimento al popolo assume tratti omogeneizzanti e moralistici, la fiducia sembra spezzarsi non tanto per una carenza di coesione, quanto per una progressiva negazione del pluralismo dei soggetti. In tali condizioni, il conflitto non viene meno, ma tende a tradursi in forme di violenza fisica o simbolica, di chiusura identitaria o di esclusione sistematica, mettendo in tensione le basi stesse della convivenza democratica.

Letta in questa chiave, la crisi democratica difficilmente può essere interpretata come un semplice deficit morale o come una mera disaffezione civica. Essa rinvia piuttosto a una trasformazione ancora in corso delle modalità attraverso cui le società contemporanee cercano di rendere praticabile l’azione collettiva, in ambienti caratterizzati dall’insicurezza e dalla competizione permanente. La fiducia, lungi dall’apparire come un rimedio o come un fondamento stabile, emerge allora come uno degli snodi attraverso cui questa trasformazione si manifesta, si riorganizza e, in alcuni casi, tende a radicalizzarsi.

Il convegno internazionale Democrazia e fiducia nelle società complesse Istituzioni, soggettività, conflitti intende offrire uno spazio di riflessione critica e interdisciplinare sulle metamorfosi della fiducia nel mondo contemporaneo, interrogandone le dimensioni politiche, sociali e culturali. L’obiettivo è mettere in dialogo approcci teorici ed empirici diversi, prospettive macro e micro, analisi strutturali e ricerche situate, evitando letture semplicistiche. Nel contesto contemporaneo, contrassegnato da polarizzazione, disintermediazione, insicurezza e crisi della mediazione istituzionale, la fiducia emerge sempre più come terreno di contesa, piuttosto che come presupposto condiviso dell’ordine sociale; per questa ragione, il convegno dedicherà particolare attenzione ai processi di produzione, erosione e redistribuzione della fiducia, alle asimmetrie che ne attraversano la distribuzione sociale e ai nessi tra fiducia, potere e conflitto.

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