Prima del prossimo dopoguerra. Considerazioni sulla condizione politica attuale a partire dal film “Europa” di Lars von Trier

Europa di Lars von Trier, tra i più radicali e innovativi registi del cinema europeo contemporaneo, è un film ambientato nella Germania del dopoguerra che utilizza una forma visiva perturbante e una narrazione ipnotica per immergere lo spettatore in un continente sospeso tra rovine materiali e disorientamento morale. Attraverso il viaggio di un giovane americano idealista, il film mostra una società che continua a funzionare mentre al suo interno si riorganizzano tensioni irrisolte, ambiguità e continuità sotterranee con il passato. Più che un racconto storico, Europa è una riflessione sulla crisi della modernità europea, in cui responsabilità individuale, razionalità tecnica e ordine politico perdono la loro evidenza e si rivelano fragili costruzioni. In questo scenario, il film mette in luce la difficoltà di distinguere tra coinvolgimento e distanza, mostrando come ogni tentativo di restare neutrali finisca per inscriversi pienamente dentro la storia.

C’è qualcosa di profondamente attuale in Europa di Lars von Trier, e non tanto per il semplice fatto che il film rimandi al dopoguerra europeo, quanto perché riesce a rendere sensibile una condizione storica in cui gli ancoraggi simbolici sopravvivono come forme svuotate, mentre il mondo che dovrebbero orientare ha già perduto il proprio centro. Proprio in questa scissione tra la permanenza delle istituzioni e l’erosione del loro fondamento si lascia leggere un tratto decisivo della attuale fase presente. La nostra epoca appare infatti segnata da una crescente crisi della promessa democratica, dal ritorno della guerra come possibilità concreta dentro l’orizzonte europeo e dalla contrazione della politica a gestione dell’immediato. In questo scenario il film di von Trier assume il valore significativo, perché mostra un universo in cui l’ordine non scompare all’improvviso, ma continua a esistere come involucro formale mentre al suo interno si accumulano disorientamento, ambiguità e perdita di direzione.

Certamente (e per fortuna) non ci troviamo nelle identiche condizioni narrate dal film, eppure, possiamo leggere in trasparenza delle filigrane che stimolano la possibilità di fermarsi a ragionare sul presente. Nel film, ambientato in una Germania appena appena fuori dal secondo conflitto mondiale, tra rovine ancora fumanti, il dopoguerra non prende la forma di una rinascita ordinata, ma quella di una società che continua a muoversi tra macerie materiali e morali. La fine delle ostilità non inaugura una nuova trasparenza dei rapporti sociali. Al contrario, la cessazione formale della guerra lascia emergere con maggiore evidenza il carattere stratificato della violenza, che prosegue sotto forma di sospetto, risentimento, ricatto, fedeltà occulte, continuità amministrative e adattamenti opportunistici. In una simile configurazione possiamo fare ruotare l’ambientazione attorno a quattro temi centrali. Il primo è senz’altro quello della responsabilità storica. Qui, la grande intuizione consiste nel mostrare che la responsabilità non coincide soltanto con l’azione deliberata di chi sceglie consapevolmente il male, ma attraversa anche il comportamento di chi pensa di potersi limitare all’esecuzione corretta del proprio compito.

Leopold Kessler, un cittadino americano di ascendenza tedesca, che giunge nella Germania di quei momenti con l’intento di partecipare attivamente al processo di ricostruzione del Paese, si presenta con un atteggiamento che potremmo definire moralmente proceduralizzato. Egli attribuisce valore al fatto di svolgere una funzione utile, di contribuire al funzionamento di un servizio, di partecipare alla ricostruzione attraverso la diligenza individuale. In questa disposizione si riflette una figura molto moderna della soggettività, quella che trasferisce il problema etico dal terreno del giudizio storico a quello della correttezza operativa.

È proprio qui che il film diventa sociologicamente prezioso per leggere il presente. Nelle attuali società (postdemocratiche) la responsabilità viene sempre di più tradotta in adempimento tecnico, in conformità procedurale, in competenza amministrativa. L’attore sociale tende a interpretare sé stesso come ingranaggio competente di processi che lo superano. La sua legittimazione non nasce dal rapporto con un fine collettivo discusso pubblicamente, ma dalla capacità di occupare in modo efficiente una funzione determinata. In questa trasformazione la responsabilità perde il proprio spessore politico e si ricodifica come prestazione. Da qui nasce una forma di deresponsabilizzazione strutturale che non consiste nell’assenza di norme, ma al contrario nell’eccesso di mediazioni tecniche attraverso cui il soggetto si percepisce come esecutore e non come parte implicata della storia. L’attualità del film sta dunque nel mettere a fuoco questa zona grigia in cui l’adesione alla funzione diventa la forma contemporanea del coinvolgimento. Chi pensa di sottrarsi alla storia rifugiandosi nella professionalità, nella neutralità amministrativa o nella semplice buona volontà individuale finisce per abitare pienamente il campo di forze che vorrebbe soltanto attraversare. La responsabilità, in questo senso, è la trama concreta dell’appartenenza storica. Essa designa il fatto che ogni gesto, anche il più ordinario, prende senso dentro una configurazione di poteri, memorie e conflitti che eccede l’intenzione soggettiva ma non per questo smette di impegnarla.

Il secondo tema centrale è quello dell’Europa come spazio post-traumatico. Qui occorre insistere su una dimensione che nel film appare con particolare forza e che oggi acquista una risonanza nuova. Il trauma europeo non è presentato come un evento chiuso nel passato, depositato in una memoria da custodire, ma come una struttura che continua a modellare i comportamenti, le aspettative e le forme dell’immaginazione collettiva. Il paesaggio di Europa è un paesaggio in cui il mondo comune è stato spezzato e in cui la ricostruzione non riesce a ricomporre l’unità perduta, perché le infrastrutture sociali sopravvivono senza che sopravviva la fiducia che le aveva rese abitabili. Il trauma, allora, non è soltanto una ferita. È una forma di temporalità. Significa vivere in un tempo in cui il passato non viene elaborato e perciò continua a esercitare i propri effetti sul presente, ostacolando l’apertura di un futuro condivisibile.

Se questo vale per il dopoguerra rappresentato da von Trier, vale in modo forse ancora più stringente per la situazione contemporanea. L’Europa di oggi vive una condizione di post-traumaticità diffusa in cui memorie irrisolte, nuove guerre, insicurezze economiche e fratture sociali convergono nel produrre una sensibilità collettiva segnata dalla precarietà. Il ritorno della guerra nello spazio europeo o nei suoi confini prossimi non rimette in scena soltanto il tema della sicurezza militare. Riattiva un’intera economia simbolica della paura, della frontiera, della minaccia esterna e della chiusura identitaria. Parallelamente, la crisi della rappresentanza e il logoramento dei meccanismi di integrazione sociale indeboliscono la capacità delle istituzioni di offrire un orizzonte comune di interpretazione. L’Europa cessa così di apparire come progetto storico orientato e si manifesta come spazio stanco percorso da tensioni centrifughe in cui la gestione delle emergenze sostituisce l’immaginazione politica. In questo senso quello post-traumatico è lo spazio in cui il futuro smette di essere promessa e diventa soltanto previsione del rischio. La politica, privata della sua funzione istituente, si limita a modulare vulnerabilità, a distribuire misure di contenimento, a produrre rassicurazioni temporanee. Il film coglie precisamente questa condizione, cioè il momento in cui il continente continua a esistere come nome e come apparato, ma fatica a esistere come esperienza condivisa di un destino comune.

Il terzo tema, quello del fallimento della razionalità, rinvia a un nodo decisivo della nostra epoca. In Europa il treno, che nella lunga tradizione della modernità europea è stato simbolo di connessione, ordine, progresso tecnico e unificazione degli spazi, diventa un dispositivo ambiguo. Non è soltanto un mezzo di trasporto. È la figura stessa di una razionalità organizzativa che continua a funzionare anche quando ha smarrito il fine che avrebbe dovuto orientarla. Il treno attraversa il territorio, connette luoghi, obbedisce a procedure, a ruoli, a gerarchie, a orari. Tutto, in apparenza, rimanda a un mondo regolato. Ma quel movimento regolato non genera integrazione; genera trascinamento; non produce ordine politico ma circolazione senza destinazione. In questa immagine si condensa una diagnosi di enorme portata. La razionalità moderna sopravvive come insieme di strumenti, protocolli, apparati e sequenze operative, ma non riesce più a fondare un orizzonte normativo capace di attribuire senso al proprio stesso funzionamento.

La situazione contemporanea si lascia leggere con grande efficacia attraverso questa figura. Le democrazie attuali sono sempre più organizzate da dispositivi di governance che classificano, misurano, anticipano, regolano, valutano. Indicatori, algoritmi, audit, benchmark, protocolli decisionali e procedure di emergenza costituiscono l’ambiente ordinario dell’azione pubblica. Questo non significa semplicemente che la politica faccia uso di strumenti tecnici. Significa piuttosto che il criterio di legittimazione si sposta dalla deliberazione sul bene comune alla capacità di assicurare continuità operativa ai sistemi. La razionalità pubblica si riduce allora a manutenzione del funzionamento. Ciò che conta è che il flusso prosegua, che l’infrastruttura regga, che la macchina non si interrompa. Ma una razionalità concentrata sulla sola continuità sistemica smette di interrogarsi sulla direzione del movimento collettivo. Essa amministra, coordina, stabilizza, ma non istituisce. In questa trasformazione si consuma la frattura tra politica e progetto democratico. La politica democratica è, in senso forte, capacità di rendere il futuro oggetto di decisione collettiva, di articolare conflitti entro forme simboliche condivise, di produrre orientamento attraverso il dissenso e la mediazione. La governance postdemocratica, al contrario, assume il mondo come una serie di vincoli dati da gestire con strumenti efficienti. Il film di von Trier rende visibile proprio questa eccedenza della macchina rispetto al senso, questa persistenza dell’organizzazione quando il fine è diventato opaco. Il fallimento della razionalità coincide allora con la sua riduzione a razionalità di processo, vale a dire a una intelligenza del funzionamento che ha smarrito la capacità di interrogare il valore storico del proprio operare.

Il quarto tema, quello della seduzione del male, è forse il più scomodo e il più attuale. La sua forza sta nel fatto che esso impedisce di immaginare il negativo come semplice residuo patologico o come pura devianza rispetto a una normalità sana. In Europa il male agisce come forza di coinvolgimento. Si presenta come intensità, come promessa di appartenenza, come richiamo capace di dare forma a desideri dispersi. Leopold non viene soltanto trascinato da circostanze esterne. Viene progressivamente interpellato da relazioni, da atmosfere, da investimenti emotivi che rendono il suo coinvolgimento comprensibile dall’interno. Questo è un punto cruciale, perché mostra che il male storico non prospera soltanto sulla coercizione, ma anche sulla capacità di colonizzare i bisogni di senso, di orientamento e di riconoscimento.

Nella fase presente, anche tale dinamica risulta particolarmente evidente. La crisi della progettualità democratica ha lasciato vuoti simbolici che vengono occupati da forme di mobilitazione emotiva intense e semplificatrici. Il risentimento, la nostalgia di ordine, la ricerca di appartenenze compatte, la promessa di identità protette, la fascinazione per la decisione energica e per la rottura delle mediazioni democratiche costituiscono oggi una parte decisiva del paesaggio politico. Non si tratta semplicemente di reazioni irrazionali. Si tratta di forme di investimento collettivo che nascono da una sofferenza sociale reale, da una percezione diffusa di disorientamento, da una domanda di protezione e intelligibilità che le istituzioni democratiche faticano sempre più a elaborare. Per questa ragione il male, nella sua versione contemporanea, si presenta come una offerta di forma a esistenze disperse. La sua forza non dipende solo dalla capacità di intimidire, ma dalla capacità di organizzare affetti, di produrre narrazioni semplici, di offrire nemici riconoscibili e di convertire l’incertezza in disciplina identitaria. In questo quadro la seduzione del male coincide con la disponibilità crescente di ampi settori sociali a consegnarsi a dispositivi politici che promettono intensità, protezione e chiarezza in cambio di una riduzione del pluralismo, del conflitto democratico e della complessità. Il film, sotto questo profilo, parla con impressionante precisione al presente, perché mostra come l’adesione al negativo possa svilupparsi dentro relazioni affettive e simboliche che appaiono, almeno inizialmente, come risposte a un bisogno di orientamento.

I quattro temi si tengono insieme perché descrivono una medesima condizione storica osservata da angolazioni diverse. La responsabilità storica mostra il carattere illusorio della neutralità individuale. La post-traumaticità europea mette in luce una temporalità bloccata in cui lo svolgimento acquista la forma di un loop infinito. Il fallimento della razionalità segnala la sopravvivenza di apparati efficienti privi di una direzione condivisa. La seduzione del male rivela che il vuoto lasciato dalla crisi democratica viene riempito da forme di appartenenza emotivamente potenti e politicamente regressive. Insieme, questi elementi permettono di comprendere la dissoluzione delle certezze che attraversa la nostra fase storica. Tale dissoluzione non consiste in una semplice perdita di convinzioni individuali. Essa designa una trasformazione strutturale del rapporto tra soggetti, istituzioni e direzionalità temporale. Le società attuali vivono una contrazione dell’immaginazione politica, una riduzione della capacità di elaborare progetto, una difficoltà crescente a tradurre il conflitto in forma democratica: si presentano come pienamente post-democratiche. In luogo di un orizzonte condiviso emergono amministrazione dell’urgenza, intensificazione degli affetti politici e ricorso crescente a schemi di protezione identitaria.

Per questo Europa parla con particolare forza al presente. Il suo dopoguerra non è confinabile al 1945. Esso diventa la figura di un tempo in cui il legame tra politica e futuro si allenta, in cui le istituzioni continuano a funzionare pur avendo smarrito la capacità di produrre senso, in cui il soggetto cerca rifugio nella funzione o nell’adattamento e finisce invece risucchiato dentro una storia che lo eccede e lo costituisce. È qui che il film consegna la sua lezione più radicale, e forse oggi più urgente che al tempo in cui è ambientato. La storia non è uno sfondo davanti al quale gli individui si muovono liberamente, scegliendo se implicarsi o restare ai margini. La storia è il tessuto concreto delle nostre pratiche, delle nostre omissioni, delle nostre deleghe, dei nostri linguaggi e dei nostri silenzi. Essa passa attraverso le istituzioni, ma anche attraverso gli automatismi della vita ordinaria, le forme della competenza, i desideri di protezione, le economie dell’indifferenza e le seduzioni dell’appartenenza.

Per questa ragione, nel mondo del film come nel nostro, la posizione esterna finisce per essere solo una rappresentazione ideologica. Fingere di stare fuori significa già stare dentro secondo una modalità inconsapevole, e proprio per questo più esposta alla cattura. Se l’epoca in cui Europa è ambientato metteva già in evidenza questa verità, l’epoca presente la rende stringente. Il ritorno della guerra, la fragilità delle democrazie, l’erosione del progetto politico europeo e la riduzione della politica a gestione senza visione impongono di riconoscere che la storia ci coinvolge sempre, anche quando preferiamo pensarci come spettatori, tecnici, amministratori o semplici passanti.

La tesi conclusiva che il film ci consegna, e che oggi acquista una urgenza superiore, è allora chiara. Non possiamo sottrarci alla storia fingendoci esterni ad essa, perché la storia coincide precisamente con il modo in cui siamo implicati, volenti o nolenti, nei processi che danno forma al nostro tempo.

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