Se si torna all’etimologia di comunicazione, e dunque a quel communicare latino che rinvia al mettere in comune, al condividere, al rendere partecipe, si comprende subito che il concetto, almeno in origine, non designa un mero passaggio di informazioni da un soggetto a un altro. Esso contiene, già nella sua struttura semantica più elementare, l’idea di una relazione che istituisce un mondo comune. Comunicare, in altri termini, non vuol dire semplicemente trasmettere un contenuto; vuol dire aprire uno spazio di reciprocità simbolica entro cui ciò che viene detto può essere riconosciuto, interpretato, contestato, assunto oppure respinto. In prospettiva sociologica questo aspetto è decisivo, perché suggerisce che la comunicazione non sia un accessorio della vita collettiva, né un puro mezzo tecnico, ma uno dei processi attraverso cui la società stessa si costituisce come trama di significati condivisi. Senza comunicazione non vi sarebbe solo una difficoltà di coordinamento. Vi sarebbe, più radicalmente, un deficit di socialità.
Qualcosa di analogo vale per la politica. Anche in questo caso, se si riapre la genealogia del termine e si risale alla polis, emerge un dato che spesso la modernità amministrativa tende a oscurare. La politica non nasce come tecnica di governo in senso stretto, e nemmeno come procedura neutra di gestione del potere. Essa nasce come attività relativa alla vita comune, alla deliberazione sui fini collettivi, alla regolazione del conflitto, alla definizione di ciò che una comunità ritiene giusto, legittimo, prioritario. La politica, dunque, non è riducibile né alle istituzioni né alla lotta per il comando. È, più profondamente, il luogo in cui una società si interroga su se stessa e sul proprio avvenire. Per questo motivo il nesso tra comunicazione e politica non è esterno. La politica, se presa sul serio, esiste solo nella misura in cui si dà uno spazio pubblico in cui il potere possa essere nominato, rappresentato, legittimato e contestato. È in questa intersezione che si colloca il problema della comunicazione politica.
Ora, se si assume questo punto di partenza, la comunicazione politica non può essere intesa in senso ristretto come semplice propaganda, come tecnica persuasiva o come appendice mediatica del sistema politico. Essa designa piuttosto il complesso dei processi discorsivi, simbolici e relazionali attraverso cui il politico entra nello spazio pubblico, diventa oggetto di interpretazione e si rende suscettibile di giudizio. In questa accezione, la comunicazione politica non coincide solo con la parola degli attori istituzionali. Coinvolge i media, certamente, ma anche i cittadini, i movimenti, le forme diffuse dell’opinione pubblica, le arene digitali, le grammatiche del consenso e quelle del dissenso. In gioco non vi è soltanto la circolazione di messaggi. Vi è la costruzione della rilevanza, la selezione dei problemi, la definizione dei frame, la possibilità stessa di conferire forma pubblica al conflitto. La comunicazione politica è, in sostanza, il dispositivo attraverso cui la politica diventa visibile, intellegibile e contestabile.
Proprio qui, tuttavia, si manifesta una delle trasformazioni più rilevanti delle democrazie contemporanee. Lo spazio della politica, che per sua natura dovrebbe restare esposto al dissenso, alla contesa sui fini, all’incertezza del futuro, viene sempre più spesso tradotto nel linguaggio dell’amministrazione, della governance, della compatibilità sistemica. Non si tratta, beninteso, di un processo lineare né assoluto. Le società democratiche continuano a produrre conflitto, mobilitazione, rotture simboliche. Eppure, sotto questa superficie, si osserva una tendenza robusta e persistente: la riduzione della politica a tecnica di gestione. È qui che la diagnosi adorniana della società amministrata conserva una straordinaria capacità di illuminazione.
Quando Adorno parla di mondo o società amministrata, non intende semplicemente denunciare l’estensione quantitativa degli apparati burocratici. La sua analisi coglie qualcosa di più profondo, e precisamente il fatto che la razionalità organizzativa tende a diventare il principio generale di intelligibilità del sociale. Non vengono amministrati solo gli uffici, i bilanci o le procedure. Vengono amministrate la cultura, la percezione del tempo, i bisogni, il consumo, perfino le forme della soggettività. La questione non è, dunque, la sola presenza di un apparato amministrativo, che ogni società complessa inevitabilmente conosce. La questione è che l’amministrazione smette di essere un mezzo subordinato a fini politicamente discussi e tende a imporsi come orizzonte normativo implicito dell’intera vita collettiva. In questo passaggio i problemi sociali cessano di apparire come problemi politici, cioè come oggetti di decisione, di conflitto, di responsabilità storica, e vengono ricodificati come problemi di efficienza, di regolazione, di governo tecnico dell’esistente (Adorno, 2004; Adorno, Horkheimer, 2010).

Una volta che questo slittamento si produce, la comunicazione politica cambia natura. Essa non serve più, o non serve principalmente, ad aprire la scena del conflitto democratico. Serve invece a presentare come necessarie decisioni che in realtà sono l’esito di scelte storiche e normative. Il linguaggio pubblico si riempie allora di formule che simulano neutralità: emergenza, responsabilità, sostenibilità, adeguamento, vincolo, realismo. Sono parole che non sono di per sé illegittime, ma che diventano ideologicamente operative quando cancellano il fatto che ogni decisione collettiva tocca rapporti di forza, distribuzioni di rischio, gerarchie di valore. In tal modo, ciò che potrebbe essere oggetto di dissenso viene preventivamente sottratto alla controversia. La politica resta in scena, ma tende a presentarsi come ciò che non può scegliere diversamente.
Il concetto di adiaforizzazione, sviluppato da Bauman, consente di precisare ulteriormente la logica di questa trasformazione. Il termine rinvia a ciò che viene sottratto al giudizio morale, a ciò che viene trattato come indifferente dal punto di vista etico. Nella rilettura baumaniana, l’adiaforizzazione designa quel processo per cui azioni e decisioni che producono conseguenze umane rilevanti cessano di essere percepite come questioni morali e vengono ricondotte a un registro tecnico, funzionale, procedurale (Bauman, 1996; Bauman, 2010). In altre parole, non si nega che esse abbiano effetti sugli altri; si neutralizza piuttosto il linguaggio con cui tali effetti potrebbero essere giudicati in termini di giustizia, responsabilità, sofferenza, colpa o cura.
Applicato alla sfera politica, questo concetto diventa particolarmente fecondo. Una politica adiaforizzata è una politica che continua a decidere, ma che non assume più pubblicamente il carattere morale delle proprie decisioni. Taglia risorse, ridisegna diritti, seleziona priorità, regola accessi, produce inclusioni ed esclusioni, e tuttavia si presenta come semplice risposta a esigenze tecniche o sistemiche. In essa il potere non scompare affatto; semplicemente si depoliticizza nel momento stesso in cui opera. L’amministrazione prende il posto del conflitto non perché il conflitto sia stato davvero superato, ma perché esso viene trattato come rumore, come residuo, come inefficienza discorsiva. La conseguenza è che la politica perde progressivamente la propria esposizione morale. Non appare più come il luogo in cui una collettività decide su ciò che ritiene giusto o intollerabile, bensì come il luogo in cui si ottimizzano soluzioni entro margini ritenuti obbligati.

Qui il confronto con Bauman può essere approfondito richiamando la distinzione tra spazio morale e spazio estetico. Lo spazio morale è, per lui, quello in cui l’altro si impone come presenza che interpella e obbliga. Non è un oggetto di preferenza, non è riducibile a ciò che piace o dispiace, non è semplicemente selezionabile. È qualcuno a cui, volenti o nolenti, si deve rispondere. Lo spazio estetico, al contrario, è governato dal gusto, dalla reversibilità, dalla disponibilità alla scelta e allo scarto. In esso la relazione con l’altro tende a essere mediata dalla preferenza, dall’interesse, dall’esperienza consumabile (Bauman, 1996). Se si porta questa distinzione sul terreno politico, si vede come l’amministrativizzazione della politica produca un autentico spostamento ontologico. La politica, che dovrebbe appartenere allo spazio morale in quanto campo della responsabilità verso il comune, viene progressivamente traslata in uno spazio estetico-amministrativo, nel quale prevalgono la gestione delle preferenze, l’ottimizzazione delle forme, la neutralizzazione dei fini. Ciò che un tempo appariva come ingiusto o intollerabile tende a essere riformulato come inefficiente, e ciò che chiedeva una risposta etica si presenta come problema di design istituzionale o di architettura procedurale.
Tutto questo ha una conseguenza ulteriore, che è probabilmente una delle più gravi e meno tematizzate. Non cambia soltanto il linguaggio della politica; cambia il suo tempo. La politica, nella sua accezione forte, vive infatti di un rapporto aperto con il futuro. Essa presuppone una distanza rispetto all’immediatezza, una capacità di immaginare il non ancora, di organizzare conflitto intorno a possibilità storiche non date. La sua temporalità è progettuale. L’amministrazione, invece, vive di un’altra durata. Essa corregge, adegua, contiene, monitora, stabilizza. Il suo tempo è operativo, non storico. Quando la politica viene sussunta dall’amministrazione, ciò che si restringe è precisamente il campo del futuro. Non nel senso banale che il futuro scompaia, ma nel senso ben più grave che esso cessa di essere un orizzonte aperto di trasformazione e diventa una proiezione governabile del presente. La decisione non inaugura più possibilità, bensì amministra continuità.
È questo il punto in cui si può parlare, con una formula che mi sembra teoricamente efficace, di claustrofobizzazione temporale della politica. La politica continua a operare, anzi spesso opera incessantemente, ma lo fa in uno spazio temporale contratto, saturo di urgenze, di emergenze, di cicli mediatici, di indicatori, di reazioni immediate. Si moltiplicano gli atti, si rarefà l’orizzonte. Si decide molto, ma sempre meno sul lungo periodo. Si governa il presente, ma si fatica a costruire una forma condivisa del futuro. L’aporia del tempo politico sta precisamente qui. Alla politica si continua a chiedere di orientare il destino collettivo, ma la si costringe a muoversi dentro regimi temporali che ne erodono strutturalmente la capacità progettuale. Una politica così contratta non è solo una politica accelerata. È una politica che rischia di restare prigioniera di un presente senza eccedenza.
Proprio per questo l’apporto di Touraine si rivela decisivo. La sua insistenza sul soggetto, che attraversa opere diverse e fasi differenti della sua riflessione, non va intesa come un ripiegamento individualistico, ma come una risposta teorica alla crescente oggettivazione degli attori sociali. In un mondo in cui sistemi economici, dispositivi tecnici e logiche di potere tendono a trattare gli individui come funzioni, il soggetto designa la capacità di non lasciarsi interamente ridurre a ciò che il sistema fa di lui. È, per Touraine, la facoltà di dire no, ma anche la possibilità di trasformare tale rifiuto in azione storica, in produzione di senso, in rivendicazione di diritti culturali e di dignità (Touraine, 1997; Touraine, 2008). In questo senso il ritorno del soggetto è già, di per sé, una riapertura del politico. Dove l’amministrazione produce adattamento, il soggetto introduce distanza. Dove il sistema impone funzionalità, il soggetto rimette in circolo il problema del senso. Dove il tempo si chiude nell’operatività del presente, il soggetto riapre la possibilità di una durata diversa, conflittuale, progettuale.

Non è un caso che, in Touraine, questo motivo si leghi ai movimenti sociali e alla trasformazione della società postindustriale in società postsociale. Il conflitto non scompare, ma muta di statuto. Non verte più soltanto, o non principalmente, sulla distribuzione di risorse materiali. Verte sempre più sul controllo dei codici culturali, sulla definizione dell’identità, sul diritto a non essere annullati da processi sistemici impersonali. Il soggetto, allora, non è un resto romantico in mezzo all’amministrazione del mondo. È la forma attraverso cui una società può ancora resistere alla propria completa oggettivazione.
In questa stessa costellazione teorica si colloca, con una tonalità diversa, il riferimento a Wieviorka. Le sue riflessioni più recenti sul ritorno al senso e sulla necessità di una democrazia combattiva possono essere lette come un tentativo di reagire al doppio svuotamento che investe le democrazie contemporanee: da un lato la riduzione della politica a tecnica di governo, dall’altro la trasformazione del conflitto in pura esplosione risentita o in violenza senza mediazione. Il ritorno al senso non equivale, qui, a una restaurazione moralistica o a una nostalgia dell’ordine. Significa piuttosto riconoscere che una società non può vivere soltanto di procedure, tanto meno se tali procedure vengono percepite come opache, arbitrarie, tecnocratiche. Le istituzioni democratiche devono certamente funzionare, ma devono anche significare. Devono poter essere riconosciute come luoghi in cui le domande sociali trovano forma, linguaggio, ascolto e conflitto legittimo (Wieviorka, 2015; Wieviorka, 2020).
La democrazia combattiva, in questo quadro, non è una democrazia bellicosa, bensì una democrazia capace di sostenere il conflitto senza negarlo e senza cedere alla tentazione di anestetizzarlo amministrativamente. Essa rappresenta, in fondo, il contrario della politica adiaforizzata. Là dove quest’ultima neutralizza, depoliticizza e presenta come necessarie decisioni che andrebbero discusse, la democrazia combattiva rimette in gioco il dissenso, il riconoscimento, la possibilità che una collettività si interroghi nuovamente sui propri fini. In questo senso l’intuizione di Wieviorka incontra quella di Touraine. Entrambe insistono, sebbene con lessici diversi, su un punto essenziale: senza soggettivazione, senza produzione di senso, senza conflitto riconosciuto e organizzato, la democrazia si svuota e si converte in amministrazione dell’esistente.

Si può dunque concludere che il problema della comunicazione politica, se affrontato sociologicamente, non consiste soltanto nel deterioramento della qualità del dibattito pubblico o nella crescente pervasività delle logiche mediatiche. Questi fenomeni sono reali, ma restano in superficie se non vengono letti dentro una trasformazione più profonda. Il nodo vero è che la politica rischia di perdere il proprio statuto di spazio morale e temporale, cioè di luogo in cui una società decide, nel conflitto, ciò che ritiene degno di essere difeso, cambiato, costruito. La società amministrata, l’adiaforizzazione delle decisioni, la contrazione del tempo politico e la debolezza della produzione di senso non sono processi separati. Sono facce diverse di una stessa tendenza alla neutralizzazione del politico.
Proprio per questo il ritorno del soggetto e il ritorno al senso non devono essere letti come motivi secondari o consolatori. Essi nominano, piuttosto, le condizioni minime di una riapertura democratica. Dove il politico è diventato procedura, essi reintroducono responsabilità. Dove il conflitto è stato ridotto a problema di gestione, essi ne riaffermano la funzione costitutiva. Dove il futuro è stato ridotto a proiezione amministrata del presente, essi ne riaprono la dimensione storica. Una democrazia che voglia sottrarsi alla propria lenta adiaforizzazione non può, in definitiva, limitarsi a perfezionare i propri meccanismi. Deve tornare a produrre senso, soggetti e tempo. Altrimenti continuerà a funzionare, ma sempre meno a significare.
Bibliografia
ADORNO, Theodor W. (2004), Dialettica negativa. Einaudi, Torino.
ADORNO, Theodor W. (2009), Teoria estetica. Einaudi, Torino.
ADORNO, Theodor W.; HORKHEIMER, Max (2010), Dialettica dell’illuminismo. Einaudi, Torino.
BAUMAN, Zygmunt (1996), Le sfide dell’etica, Feltrinelli, Milano
BAUMAN, Zygmunt (2011), Modernità liquida. Laterza, Roma-Bari.
BAUMAN, Zygmunt (2010), Modernità e Olocausto. Il Mulino, Bologna.
TOURAINE, Alain (1997), Critica della modernità. Il Saggiatore, Milano.
TOURAINE, Alain (2008), La globalizzazione e la fine del sociale. Il Saggiatore, Milano.
WIEVIORKA, Michel (2015), Retour au sens. Pour en finir avec le déclinisme. Robert Laffont, Paris.
WIEVIORKA, Michel (2020), Pour une démocratie de combat. Robert Laffont, Paris.
