Mein Kampf. La mia Battaglia. (Tragica replica)

La difficoltà che attraversa oggi la sinistra europea eccede la perdita di consenso e l’indebolimento delle organizzazioni che ne hanno storicamente strutturato la presenza sociale, perché investe una funzione più profonda della politica, quella di ricondurre esperienze, interessi e conflitti differenti entro una rappresentazione nella quale soggetti distanti possano riconoscere qualcosa che li riguarda insieme. La disponibilità di strumenti sofisticati per descrivere le disuguaglianze non sembra tradursi con la stessa efficacia nella costruzione di un principio di ricomposizione e proprio la distanza crescente tra queste due capacità consente forse di cogliere uno dei tratti più rilevanti della crisi attuale.

Per lungo tempo categorie come classe, lavoro, sfruttamento e redistribuzione avevano reso possibile questa operazione senza esaurire la complessità delle società industriali e lasciando ai margini soggetti e conflitti che soltanto successivamente avrebbero conquistato piena visibilità. La loro forza risiedeva nella possibilità di collegare condizioni diverse entro una lettura comune della società e di proiettarle verso un futuro nel quale le contraddizioni del presente avrebbero potuto trovare una trasformazione. L’operaio specializzato, il bracciante agricolo, l’impiegato pubblico e il lavoratore della fabbrica occupavano posizioni differenti e potevano avere interessi immediati divergenti, eppure disponevano di un linguaggio politico attraverso il quale quelle differenze diventavano parti di una medesima configurazione sociale.

La crisi di quel paradigma ha lasciato intatte molte delle disuguaglianze che pretendeva di interpretare, indebolendo però i dispositivi attraverso i quali esse potevano essere convertite in appartenenza politica, mentre l’emersione di conflitti precedentemente marginalizzati ha reso definitivamente insufficiente qualsiasi tentativo di restaurare le vecchie categorie nella forma in cui avevano operato nel Novecento. Discriminazioni razziali e di genere, identità minoritarie, orientamento sessuale e rapporti tra maggioranze e minoranze culturali hanno reso visibili dimensioni della subordinazione che la collocazione nel processo produttivo non permetteva di comprendere e la loro acquisizione da parte della cultura progressista ha rappresentato un ampliamento necessario del campo dell’uguaglianza.

Proprio questo ampliamento ha tuttavia aperto una difficoltà che riguarda il passaggio dal riconoscimento alla costruzione politica. La crescente precisione con cui possono essere nominate le differenti forme di subordinazione ha prodotto un vocabolario capace di restituire una complessità prima largamente invisibile, mentre si è fatta più incerta la grammatica attraverso la quale quelle differenze possano entrare in relazione senza perdere la propria specificità. La capacità di distinguere ha così proceduto più rapidamente di quella di ricomporre e una cultura politica estremamente attrezzata nell’analisi delle fratture sociali si trova a dover rispondere alla domanda relativa a ciò che possa ancora consentire a soggetti differenti di riconoscersi entro uno spazio comune.

La questione riguarda direttamente la natura dell’appartenenza politica, che raramente deriva dalla coincidenza immediata degli interessi e richiede invece la costruzione di equivalenze tra esperienze che rimangono differenti. Nessun soggetto collettivo preesiste integralmente al processo che lo costituisce, poiché è la relazione politica a selezionare alcune fratture, collegare domande lontane e attribuire loro una direzione capace di trasformare una pluralità sociale in una possibile azione comune. Quando questa mediazione si indebolisce, la frammentazione non scompare e tende piuttosto a rendersi disponibile per altre forme di ricomposizione.

È dentro questo passaggio che anche il wokismo acquista interesse, molto più come indicatore della trasformazione in corso che come presunta dottrina unitaria. Fenomeni con genealogie, soggetti e obiettivi differenti sono stati raccolti dalla destra dentro una categoria polemica capace di attribuire loro una coerenza che originariamente non possedevano, producendo sul terreno avversario una sintesi regressiva di ciò che la cultura progressista fatica a collegare entro un progetto comune. L’efficacia dell’operazione dipende meno dalla precisione descrittiva della categoria che dalla sua capacità di organizzare il conflitto, stabilendo connessioni tra esperienze disperse e offrendo loro una direzione immediatamente riconoscibile.

Si produce in questo modo una singolare asimmetria. La cultura progressista dispone spesso degli strumenti analitici più adeguati alla complessità delle società contemporanee, mentre la destra radicale riesce con maggiore facilità a trasformare quella complessità in racconto politico. La semplificazione che ne deriva può deformare i fenomeni, attribuire responsabilità immaginarie e convertire trasformazioni sociali in minacce intenzionalmente prodotte, senza che la sua debolezza esplicativa ne annulli necessariamente l’efficacia politica, perché una categoria del conflitto agisce anche attraverso la possibilità di mettere in relazione esperienze altrimenti separate.

Insicurezza economica, immigrazione, trasformazioni culturali, deterioramento dei servizi e perdita di status appartengono a processi differenti e rispondono a causalità che sarebbe arbitrario sovrapporre, ma possono essere ricomposti entro una rappresentazione che assegna loro un’origine comune, identifica una comunità minacciata e stabilisce una linea di separazione tra appartenenza ed estraneità. In questa riduzione si perde gran parte della complessità sociale e si guadagna una intelligibilità politica immediata, capace di dire a individui collocati in posizioni anche molto lontane perché le loro inquietudini dovrebbero appartenere alla stessa storia.

La sinistra incontra una difficoltà quasi speculare, poiché la maggiore accuratezza con cui distingue le cause non produce da sola il principio attraverso cui esperienze differenti possano riconoscersi reciprocamente. Una spiegazione più aderente alla realtà può rimanere politicamente debole quando non riesce a costruire una relazione tra ciò che descrive e il soggetto al quale quella descrizione dovrebbe consentire di agire. La distanza tra conoscenza della società e capacità di darle forma politica diventa allora una questione di egemonia, intesa come possibilità di organizzare una pluralità di esperienze dentro un orizzonte che le renda reciprocamente intelligibili.

Il problema assume una particolare rilevanza nel rapporto con i gruppi sociali che per decenni avevano trovato nella sinistra uno spazio relativamente stabile di rappresentazione. La trasformazione delle forme del lavoro, l’indebolimento dei partiti di massa, la contrazione della presenza sindacale e la frammentazione delle appartenenze hanno progressivamente eroso i luoghi nei quali condizioni individuali differenti potevano essere tradotte in esperienza collettiva. Quelle organizzazioni svolgevano una funzione che eccedeva largamente la mobilitazione elettorale o la tutela degli interessi, perché producevano interpretazioni condivise attraverso le quali un problema vissuto individualmente poteva essere riconosciuto come parte di una condizione comune.

La loro erosione ha lasciato individui sempre più soli di fronte a processi che conservano una natura largamente collettiva. La precarizzazione viene sperimentata nella biografia personale, la difficoltà di accesso alla casa entra nei progetti familiari, il deterioramento dei servizi modifica concretamente la qualità della vita e le trasformazioni demografiche o culturali vengono elaborate attraverso esperienze quotidiane che raramente dispongono di luoghi nei quali acquistare una forma politica condivisa. La dispersione delle esperienze diventa così anche dispersione delle interpretazioni e rende disponibile uno spazio nel quale una narrazione sufficientemente semplice può esercitare una notevole capacità aggregativa.

La destra radicale occupa questo spazio attraverso una ricomposizione che riesce a convivere persino con la divergenza degli interessi materiali dei soggetti coinvolti. Il lavoratore preoccupato per il salario, il piccolo imprenditore ostile alla pressione fiscale, il pensionato che percepisce un deterioramento della sicurezza e il giovane intrappolato nella precarietà possono essere collocati dentro una medesima appartenenza senza che le loro domande trovino necessariamente una soluzione compatibile. La costruzione del soggetto politico precede in questo caso la composizione degli interessi e permette alla contraddizione di sopravvivere all’interno di un “noi” sufficientemente forte da contenerla.

Questa capacità di produrre equivalenze tra domande differenti rappresenta uno dei punti sui quali la sinistra appare maggiormente in difficoltà. Il problema emerge con particolare evidenza nei territori europei in cui la destra radicale ha raggiunto livelli di consenso che fino a pochi anni fa sarebbero apparsi difficilmente immaginabili e il caso della Germania orientale offre una manifestazione particolarmente netta di un processo che sarebbe riduttivo confinare alla specificità dell’ex DDR. Quella storia continua a pesare e contribuisce a spiegare la configurazione particolare del voto, mentre dinamiche comparabili attraversano contesti molto diversi, dalla Francia all’Italia, dall’Austria alla Scandinavia, suggerendo l’esistenza di una questione che riguarda più generalmente la trasformazione delle appartenenze politiche europee.

L’avanzata della destra radicale diventa allora il momento visibile di processi accumulatisi molto prima della loro traduzione elettorale. Frustrazioni prive di rappresentanza, aspettative deluse, perdita di status e domande di protezione acquistano progressivamente energia politica quando incontrano un linguaggio capace di collegarle e di indicarne un significato, mentre il voto registra una trasformazione già avvenuta in profondità. L’immagine dell’ondata nera conserva in questo senso una propria efficacia, purché l’attenzione venga spostata dalla cresta dell’onda all’energia che l’ha prodotta.

Ricondurre questi processi prevalentemente alla disinformazione, al populismo o alla manipolazione delle paure rischia di lasciare inesplorato proprio il terreno sul quale quella manipolazione diventa possibile. Le paure possono essere sproporzionate rispetto ai fenomeni ai quali si riferiscono, indirizzate verso responsabili immaginari o alimentate intenzionalmente, ma la loro efficacia presuppone esperienze sulle quali possa esercitarsi il lavoro politico della rappresentazione. Stabilire la falsità dell’interpretazione non elimina l’esperienza che l’ha resa plausibile e lascia aperta la questione relativa a chi sia in grado di attribuirle un significato diverso.

Una politica democratica dovrebbe intervenire precisamente nello spazio che separa l’esperienza dalla sua interpretazione, impedendo che la prima venga consegnata interamente alla seconda nella forma predisposta dall’avversario. La questione investe in maniera particolarmente delicata una cultura politica nata per rappresentare soggetti dotati di minori risorse economiche e culturali e che rischia oggi di essere percepita come espressione di coloro che possiedono le competenze necessarie per padroneggiarne linguaggi, codici e distinzioni. Quando la distanza culturale si sovrappone a quella sociale, la difficoltà di riconoscersi in un vocabolario può trasformarsi nella sensazione di essere giudicati attraverso di esso.

Da questa constatazione non deriva alcuna necessità di impoverire il linguaggio politico o di arretrare rispetto alle acquisizioni prodotte dalle lotte contro le discriminazioni, perché il problema riguarda piuttosto la capacità di impedire che la padronanza di un codice diventi una soglia implicita di accesso alla legittimità dell’interlocutore. Le domande sociali arrivano raramente nello spazio pubblico nella forma teoricamente più coerente e politicamente più accettabile e la loro traduzione costituisce precisamente una parte del lavoro della rappresentanza. Una cultura politica che selezionasse preventivamente le domande sulla base della loro conformità linguistica o morale finirebbe per rinunciare a intervenire nel processo attraverso il quale quelle stesse domande possono essere trasformate.

Lo spazio abbandonato non rimane vuoto. La destra radicale può occuparlo offrendo riconoscimento prima ancora di offrire soluzioni, legittimando il linguaggio ordinario dell’interlocutore e trasformando la distanza dai codici progressisti in una prova della propria appartenenza a una comunità rappresentata come autentica. L’operazione possiede una forza particolare perché converte un possibile sentimento di esclusione culturale in identificazione politica e rende la contestazione delle nuove grammatiche sociali parte di un conflitto più generale sulla titolarità stessa a definire ciò che è normale.

La ricostruzione di un “noi” torna perciò a essere una questione decisiva per la sinistra europea, senza che sia disponibile la scorciatoia di restaurare l’omogeneità presunta delle società industriali novecentesche. Le differenze che attraversano le società contemporanee sono costitutive e qualsiasi progetto che tentasse semplicemente di riassorbirle nelle vecchie categorie produrrebbe nuove esclusioni, mentre la loro giustapposizione dentro uno spazio composto da appartenenze autosufficienti renderebbe sempre più difficile la costruzione di istituzioni comuni.

Il problema dell’universalismo si ripresenta qui in una forma profondamente politica. L’universale non può essere assunto come una condizione già disponibile alla quale ricondurre le differenze e deve essere continuamente prodotto attraverso il loro incontro, rendendo possibile la costruzione di interessi comuni tra soggetti che continuano a rimanere differenti. Riconoscimento e redistribuzione appartengono allora allo stesso processo, così come la protezione delle minoranze e la costruzione della maggioranza, perché una politica capace di separare stabilmente questi piani finirebbe per consegnare ciascuno di essi a una diversa forma di riduzione.

Anche le questioni che la destra ha progressivamente incorporato nel proprio repertorio richiedono di essere sottratte alla cornice nella quale sono state collocate. Costruire politiche credibili dell’immigrazione significa contendere alla xenofobia la definizione stessa del problema, affrontare la sicurezza dentro una prospettiva democratica impedisce che essa venga identificata con l’autoritarismo e difendere le trasformazioni culturali che hanno ampliato il campo dei diritti richiede di renderle compatibili con una rappresentazione della società nella quale possa riconoscersi anche chi vive il cambiamento attraverso l’incertezza. La capacità di governare queste tensioni misura la forza di un progetto politico molto più della semplice denuncia delle risposte prodotte dall’avversario.

È su questo terreno che la crisi della sinistra assume la forma di una crisi di egemonia. La difficoltà riguarda la possibilità di stabilire quali esperienze possano essere lette come parti dello stesso problema, quali conflitti possano essere collegati e quale futuro renda plausibile la partecipazione a una storia comune. La destra radicale sta esercitando questa funzione attraverso categorie regressive che identificano una comunità minacciata, raccontano una perdita e attribuiscono una responsabilità, producendo una struttura narrativa immediatamente intelligibile anche quando la sua spiegazione della realtà rimane povera o apertamente falsa.

Contrastare quella costruzione richiede qualcosa di più della sua confutazione. Una rappresentazione politica perde efficacia quando un’altra riesce a organizzare meglio l’esperienza di coloro ai quali si rivolge e nessuna superiorità analitica garantisce da sola la capacità di produrre identificazione. La questione torna così al punto dal quale era partita, alla distanza tra comprendere una società e riuscire a costruire politicamente le relazioni che la attraversano.

La sfida della sinistra europea consiste oggi nella possibilità di produrre un’appartenenza che attraversi le differenze senza dissolverle, colleghi nuovamente riconoscimento e redistribuzione e restituisca una dimensione collettiva a esperienze sempre più spesso vissute come problemi individuali. Un “noi” democratico non può fondarsi sull’espulsione di un “loro” e proprio questa asimmetria rende il compito più difficile rispetto alla ricomposizione proposta dalla destra radicale, perché richiede di costruire unità mantenendo aperto il conflitto e di produrre comunanza senza trasformarla in omogeneità.

La crisi della sinistra si concentra forse in questa difficoltà, nella crescente distanza tra la capacità di conoscere la complessità sociale e quella di trasformarla in una forma politica condivisa. È nello stesso spazio che dovrebbe cominciare la sua ricostruzione.

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